La storia si è sempre soffermata nei pressi di Castel Campagnano sulle sponde di questo fiume dove sin dall’antichità si sono insediate popolazioni lasciando il segno della loro cultura; si pensi alle armate di Annibale, dei Longobardi, gli Svevi, gli Angioini, i Saraceni, Spagnoli, Francesi, Garibaldini, fino agli eserciti delle grandi guerre mondiali. Ancora più precisamente Castel Campagnano, in cui fu notata sin da luglio del 1943 la presenza delle truppe tedesche, subì bombardamenti aerei che ebbero gravi effetti distruttivi.

Il Volturno quindi ha segnato profondamente la storia di questi luoghi.

Esso, tra i maggiori fiumi della Campania, nasce dal versante Sud- Orientale del monte La Metucci, gruppo della Meta a all’altezza di Castellone al Volturno riceve copiose acque della sorgente Capo Volturno, nel pendio del Monte Rocchetta, dalla quale comunemente si dice nasca.

Numerosi affluenti alimentano le sue acque tra i quali il Lete dal Matese, i vari Rivi e Corenti dai monti del Sannio ed altri dai massicci del monte Maggiore. L’opera di bonifica, iniziata nell’antichità ed incrementata dai Borboni e da poco compiuta, ha incanalato il fiume tra due robusti argini che ne contengono agevolmente il normale deflusso, mitigando il rischio di inondazioni delle terre al contorno delle cittadine che lo circondano.

Serpeggiando fra le due rive, ricche di vegetazione e di storia, il Volturno arriva al bordo delle colline di Castel Campagnano , dove proprio qui devia il suo corso verso sud e in questo tratto riceve sulla sinistra l’ ammissione delle acque del fiume Calore, punto in cui il Volturno ha un ampio letto ben tracciato e possiamo vedere le sue rive ammantate da ricca vegetazione, i faggi ed i ceri che predominano nell’alto corso fluviale, scendendo più a valle lasciano il posto ai salici a un sottobosco di bassi cespugli.

Le acque appunto un tempo erano ricche di carpe, tinche, anguille, capitoni, sono oggi piuttosto povere, soprattutto nel tratto in prossimità di Capua. Tuttavia nella parte superiore e nel tratto sotto Amorosi, poiché antecedente all’incontro con il Calore, si praticano ancora fiorenti attività di pesca. Sembra che il pesce più diffuso sia il cosiddetto” Grassi”, la sua massiccia presenza è dovuta al fatto che si tratta di un predatore voracissimo di uova di pesce.

Inoltre sulle sponde del Volturno vivono e nidificano molte specie di uccelli, aironi e rapaci notturni, ma anche molti mammiferi come volpi, tassi e lontre, quest’ ultimi tipici animali di fiume.

Ma l’ aspetto ancor più caratteristico dei paesi che nascono sulle sponde del fiume Volturno è la cosiddetta “ Scafa”, termine che sta a indicare quella particolare area del fiume sfruttata dall’uomo come collegamento da una sponda all’altra per mezzo di una caratteristica imbarcazione fluviale per molti sconosciuta e che prende il nome di “Scafone”. Si tratta più propriamente di una zattera che tramite una robusta fune, spesso metallica, collega le due rive permettendo il passaggio di uomini, greggi e merci.

Probabilmente la prima imbarcazione di questo tipo fu costruita da Gioacchino Murat, re di Napoli, ma una prima testimonianza vera e propria del soggetto si ha, impensabilmente, in uno dei magnifici quadri paesaggistici del pittore Jacob Philipp Hackert il quale appunto nelle sue opere ci offre uno spaccato del regno Borbonico con vedute non solo di Napoli ma anche della provincia di Caserta . Si tratta infatti del forse poco conosciuto quadro con il nome di TRAGHETTO SUL SELE” , 1782, tempera gouache su cartone , cm 46,5x69 conservato a Caserta nel Palazzo Reale.

Nella piccola gouache l’artista rappresenta un ‘ansa del fiume Sele e questa tipica imbarcazione fluviale che permetteva appunto di traghettare uomini ed animali.

Si trattava quindi un mezzo estremamente indispensabile all’epoca in quanto permetteva di svolgere quelle attività di scambio e commercio fondamentali per le numerosissime famiglie che allora vivevano ancora di allevamento e agricoltura e non disponevano di mezzi propri per muoversi. Inoltre a quel tempo era molto scarsa la quantità di ponti che collegavano le rive del fiume, soprattutto in quei luoghi più contadini e ciò gli permetteva di non essere completamente isolati.

Tra le sponde della frazione di Squille e quelle di Dugenta in provincia di Benevento era solito usare lo Scafone come collegamento tra i due paesi per motivi per lo più commerciali. Proprio per questo motivo gli abitanti del paesino di Squille dipendevano fortemente da questa attività.

Francesco Ulino nel 1907, comprò questa attività tramite un regolare contratto d’ acquisto. L’ attività comprendeva non solo il possesso e i diritti sullo “Scafone” ma anche un’ abitazione nei pressi del fiume. Francesco Ulino in realtà non era originario del luogo bensì proveniva dalle zone di Caserta Vecchia e in visita al paesello si innamorò di una giovane del posto; da qui la sua scelta di trasferirsi a Squille.

L’attività nel traghettare persone, cose e animali avveniva dietro un regolare pagamento di pedaggio, dalle rive del paese di Squille a quelle opposte del paese di Dugenta; il fiume Volturno infatti fa proprio da linea di confine tra la provincia di Caserta e la provincia di Benevento. Dugenta pur essendo una piccola cittadina era sicuramente più grande e più sviluppata di Squille. Infatti, nel comune beneventano, ogni mercoledì si teneva il tradizionale mercato di paese, (ancora oggi), e gli abitanti di Squille e dei dintorni di Dugenta ne approfittavano per vendere, acquistare o barattare beni a buon prezzo.

I maggiori interessati erano sicuramente i contadini, allevatori, artigiani che attraversavano il fiume per vendere i lori prodotti; ecco che sullo “Scafone” si vedevano contadine con in testa le loro ceste di uova, formaggi, verdure, frutta e non solo; anche animali come galline, maialini, agnelli e capretti vivi. Vi sono molti ricordi di quegli avvenimenti, soprattutto da parte delle persone più anziane; vi è un particolare evento che in molti ricordano: quando una volta una contadina portando con sé sullo “scafone” la scrofa con i suoi maialini, per venderli al mercato, all’ improvviso gli animali, forse spaventati, si tuffarono nel fiume; i padroni presi dallo spavento e senza sapere cosa fare si tuffarono anche loro per recuperare i loro animali ma questi, per loro natura nuotarono fino all’ altra sponda. A quel tempo il livello dell’acqua non era elevato, addirittura esso arrivava all’altezza delle ginocchia, pertanto si trattava di un evento tutt’altro che pericoloso forse più giocoso e divertente che altro. Mentre oggi, a causa delle numerose cave di sabbia, che appunto prendono la sabbia dal fiume, il livello della profondità si è alzato notevolmente causando spesso brutti incidenti.

All’epoca quindi, nei periodi estivi era permesso attraversare il fiume anche a piedi, a volte addirittura erano costretti, quando, trasportando le merci con lo scafone spesso venivano caricati interi carri con il bestiame che date la grandi dimensioni occupavano l’intero spazio della zattera, pur essendo comunque molto grande.

All’ epoca inoltre le acque erano incredibilmente limpide e pulite, addirittura le massaie vi lavavano i panni su enormi massi logorati dallo scorrere del fiume. Le testimonianze raccontano che queste donne si incontravano tutte insieme per svolgere i loro lavori, cantando canti popolari con indosso semplici sottovesti che attiravano le attenzioni dei passanti …

Naturalmente con il tempo le situazioni cambiano , si evolvono e ben presto l’ attività entrò in crisi. La situazione cambiò radicalmente quando in seguito alla costruzione del ponte dell’ Acquedotto campano in prossimità di Limatola , paese in provincia di Benevento distante pochi chilometri da Squille, si istituì il mercato di paese nel giorno di Lunedì (come tutt’oggi), questo avvenne intorno agli anni ’50. Le persone pertanto, anche grazie ai sempre più frequenti acquisti di mezzi propri , utilizzavano sempre meno lo scafone e l’ attività andò presto in malora. I proprietari non potevano più sostenere i costi di gestione e di manutenzione dello scafone , finchè in una piena d’inverno venne trasportato via dalla corrente e non venne più ricostruito. Questo tipo di attività era diffusa anche altrove all’ epoca e oggi i discendenti di quelle famiglie, conservano questa particolare tradizione continuando ad attraversare il fiume con una versione più piccola dell’ antico scafone chiamato volgarmente “Londro” da lontra, nome del mammifero che vive in questi luoghi fluviali.

Per generazioni, i capostipite di queste famiglia hanno svolto l’antico ruolo del “ traghettatore”.

Di speciali figure dei traghettatori, la storia rimanda ad un solo soggetto, se pur di fantasia, ovvero a Caronte presente nel periglioso viaggio dantesco all’interno del pre-girone infernale.

Nella mitologia greca, Caronte o Kharon (dal greco Χάρων, "ferocia illuminata") è il traghettatore dell'Ade. Sulla sua barca trasporta le anime attraverso l'Acheronte, il fiume che divide il mondo dei vivi da quello dei morti.

Figlio di Erebo (personificazione della notte nel mondo infernale) e della sorella Notte (personificazione della notte terrestre), il nocchiero è disposto ad accogliere sulla sua barca solo le anime che hanno un tributo da rendergli: da qui l'usanza (anche questa trasversale a molte religioni) di lasciare, nel ricomporre il corpo del defunto, un obolo sotto la lingua o due monete appoggiate sugli occhi. Per le anime che non possano pagare il tributo solo un Limbo eterno e una via di mezzo tra la vita e la non-vita.

Nelle rappresentazioni più consuete Caronte appare ruvido: un marinaio ateniese, trasandato, vestito di rosso-bruno, con un remo nella mano destra e la sinistra protesa a ricevere il defunto.
Se qualcuno chiedesse ad un uomo che mestiere vorrebbe fare “oggi”, difficilmente sentirebbe dire “il traghettatore di uomini, di anime e di passioni”.

Eppure se si osserva attentamente questi luoghi nelle sue piccole tradizioni è possibile tirar fuori un aspetto davvero curioso e interessante soprattutto per coloro che sono all’oscuro di tutto questo ma che fa parte inevitabilmente del loro passato, che sia vicino o più lontano.

Il desiderio è di far rivivere, tramite quest’antica imbarcazione, la tradizione della traversata del Volturno.

Ciò potrebbe sorprendentemente far rivivere non solo i momenti passati di questi luoghi, ma i luoghi stessi.

Questo viaggio attraverso il fiume, la sua storia e le sue tradizioni, potrebbe riportare a galla i valori di semplicità e tradizione che lo caratterizzano. Questo nuovo Caronte, spronerebbe le menti assopite proprio per evitare che il loro destino sia da “morti viventi”. Anima e corpo, uniti dalla passione per il mondo circostante.

 

Maria Ulino